Arthur Schopenauer

Il suo pensiero recupera alcuni elementi dell'illuminismo, della filosofia di Platone, del romanticismo e del kantismo, fondendoli con la suggestione esercitata dalle dottrine orientali, specialmente quella buddhista e induista.

La filosofia di Schopenhauer è molto articolata. Nella sua opera giovanile, Il mondo come volontà e rappresentazione, che contiene già gran parte del suo pensiero, poi riedita con aggiunte, Schopenhauer sostiene che il mondo è fondamentalmente ciò che ciascun uomo vede ("relativismo") tramite il suo inconscio e la sua volontà, nella quale consiste il principio assoluto della realtà, nascosto alla ragione. La sua analisi pessimistica lo porta alla conclusione che i desideri emotivi, fisici e sessuali, che presto perdono ogni piacere dopo essere stati assecondati, ed infine divengono insufficienti per una piena felicità, non potranno mai essere pienamente soddisfatti e quindi andrebbero limitati, se si vuole vivere sereni. La condizione umana è completamente insoddisfacente, in ultima analisi, e quindi estremamente dolorosa.

Di conseguenza, egli ritiene che uno stile di vita che nega i desideri, simile agli insegnamenti ascetici dei Padri della Chiesa del primo Cristianesimo, nonché una morale della compassione, è quindi l'unico vero modo, anche se difficile per lo stesso filosofo, per raggiungere la liberazione definitiva, in questa vita o nelle successive. Sull'esistenza di Dio, Schopenhauer è invece ateo, almeno per quanto riguarda la concezione occidentale moderna.
Egli non nutre né considerazione né fiducia alcuna nella massa degli esseri umani, fatto che lo conduce alla misantropia.

La nascita della tragedia
Dall’intreccio tra la visione tragica della Grecia antica e la filosofia di Schopenhauer nascerà la prima grande opera di Nietzsche: La nascita della tragedia. Questa opera segna la rottura con l’antico maestro Ritschl e di fatto con la filologia (la nascita della tragedia sarà duramente criticata).
Il miracolo della tragedia Attica consiste nell’unione di due istinti fondamentali dell’uomo: il dionisiaco e l’apollineo:
  • Il dionisiaco (la volontà di Schopenhauer) è l’essenza posta al di là del velo dell’illusione. È il divenire, una volontà irrazionale, cieca e infinita che afferma se stessa. A livello esistenziale si traduce nell’ebbrezza, nel trasporto bacchico. Il danzatore è un suo simbolo. L’arte che esprime nell’uomo lo spirito dionisiaco è la musica: essa superando la razionalità filosofica attinge e porta alla luce l’essenza irrazionale dell’uomo. I popoli primitivi sperimentavano l’influsso dionisiaco o per l’utilizzo di bevande narcotiche o per il giungere della primavera. Nell’esaltazione dionisiaca il principio d’individuazione svanisce assorbito in una superiore unità orgiastica. La musica dionisiaca è il ditirambo (musica unita alla danza). Nella tragedia greca il Dionisiaco è rappresentato dal coro. Dioniso è la forza istintiva, la salute, è ebbrezza creativa e passione sensuale. Il dionisiaco resterà una costante fondamentale in tutto il pensiero di Nietzsche.
  • L’apollineo (la rappresentazione di Schopenhauer), dio della luce, è l’apparenza, la figura, ciò che si mostra immediatamente ai nostri sensi e alla nostra intelligenza. L’apollineo si esprime in forme misurate, equilibrate e limpide. Questa bella apparenza, misurata e razionale, è però una mera illusione. Apollineo è legato da Nietzsche al sogno, alla bella parvenza dei mondi onirici: è proprio nel sogno, per esempio, che gli dèi benevoli si mostrano. L’apollineo è rappresentato dall’arte della scultura, l’arte cioè del raffigurare, dell’individualizzare. Ciò che è misurato, proporzionato e raffigurato ci comunica serenità e godimento. Apollo comunica infatti moderazione, liberazione dagli istinti più profondi e limitazione delle emozioni più violente: Apollo (l’illusione) ci libera dal peso tragico e insopportabile di Dioniso. L’Apollineo è il principio d’individuazione. L’apollineo nella tragedia è rappresentato dai dialoghi e dagli attori che indossano le maschere.

Lo spirito della tragedia greca è legato principalmente a Eschilo e Sofocle, mentre Euripide – sotto l’influenza di Socrate – ne segnerà il tramonto. Essi tenderanno a censurare il dionisiaco, facendo prevalere gli elementi morali e intellettualistici: sorge la folle pretesa di dominare la vita con la sola ragione (il concetto), pretesa che porterà alla decadenza. La dialettica e la dimostrazione razionale, la morale come perfezionamento, il rifiuto dell’istinto, il dominio della ragione, della coscienza, la conoscenza, sono tutti segni della decadenza.

Il velo di Maya
Schopenhauer abbandona ogni suggestione idealista e ritorna alla distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno. Mentre tuttavia per Kant il fenomeno è l’unica realtà conoscibile e il noumeno è un concetto limite della ragione per Schopenhauer il noumeno è l’unica realtà che si nasconde dietro l’ingannevole trama del fenomeno. Il velo di Maya, configurabile come parvenza e illusione, è un limite alla realtà oggettiva. Per Kant dunque il fenomeno era espressione soggettiva dell’oggettività del mondo. Per Schopenhauer esso è assolutamente soggettivo, pura rappresentazione. In altri termini il fenomeno è rappresentazione come “mondo” di rappresentazioni nel quale sono inseriti tanto l’oggetto, quanto il soggetto.
Le forme apriori sono soltanto tre: tempo, spazio e causalità. Dunque l’unica categoria trascendentale ammessa è quella di causalità, intesa come ragion sufficiente. La causalità si manifesta diversamente a seconda degli ambiti. E’ divenire come necessità fisica di causa ed effetto. E’ conoscere come necessità logica di premessa e conseguenze. Infine è essere come necessità matematica, è agire come necessità morale.
Le forme apriori non sono però la via di accesso alla realtà ma fonte d’inganno. Sono vetri sfaccettati attraverso cui la visione si deforma e che rendono la vita un sogno illusorio. Tuttavia l’uomo possiede l’istinto metafisico, che è la sua tendenza ad interrogarsi sul senso della vita, la sua curiosità verso l’oltre.

Schopenhauer e l'amore

Schopenhauer ha indagato a fondo il mistero dell'amore nel capitolo 44 dei Supplementi al Mondo, pubblicati nel 1844, successivamente pubblicato separatamente in un volumetto con il titolo: "Metafisica dell'amore sessuale". Per il filosofo tedesco l'amore, che ha la sua radice solo nell'istinto sessuale, è un inganno della natura, il cui unico scopo è la conservazione della specie (caso-limite per Schopenhauer è la mantide femmina, che divora il maschio dopo l'accoppiamento). La stessa attrazione tra due innamorati è già la volontà di vivere del nuovo individuo: il matrimonio dunque è sempre infelice perché si preoccupa della generazione futura e non di quella presente.
"Dunque qui, come in ogni istinto, la verità assume la forma dell'illusione per agire sulla volontà. È un'illusione di voluttà quella che inganna l’uomo, facendogli credere che troverà tra le braccia di una donna di bellezza a lui confacente un piacere più grande che non fra quelle di qualsiasi altra; ed è la stessa illusione che, diretta esclusivamente a un’unica donna, lo persuade fermamente che il possederla gli procurerà una straordinaria felicità. […] L'appagamento, invece, torna a vantaggio, propriamente parlando, solo della specie e non cade, quindi nella coscienza dell'individuo, che qui, animato dalla volontà della specie, serviva con ogni sacrificio uno scopo che non era assolutamente il proprio" 
La fedeltà coniugale, invece, è naturale nella donna e artificiale nell'uomo, questo perché la natura mira a moltiplicare la specie il più possibile. L'uomo, infatti, potrebbe generare anche cento figli all'anno, se avesse altrettante donne; mentre la donna, anche con altrettanti uomini, potrebbe mettere al mondo solo un figlio all'anno (fatta eccezione per i parti gemellari) ed è quindi spinta a rimanere con colui che nutrirà e proteggerà la prole. Di conseguenza l'adulterio femminile è molto più imperdonabile di quello maschile sia soggettivamente, per la sua innaturalezza, sia oggettivamente perché mette in dubbio la legittimità della prole (legittimità che tuttavia non è uno scopo della natura).
Schopenhauer, inoltre, contrappone il "matrimonio d'amore" a quello "fatto per convenienza", ritenendo quest'ultimo "contronatura" ma certamente più vantaggioso per l'individuo, a differenza del primo che, invece, risulta nell'esclusivo interesse della specie. Citando un famoso detto spagnolo: quien se casa por amores, ha de vivir con dolores (chi si sposa per amore vivrà con dolore), Schopenhauer sostiene che una volta passata la passione amorosa finalizzata alla procreazione, e indotta dal "genio della specie", i due coniugi inizieranno a detestarsi in quanto si renderanno conto di non aver nulla in comune e che i propri obiettivi esistenziali sono incompatibili.

Schopenhauer e gli animali



Schopenhauer, anche se non era vegetariano, limitandosi a consumare però solo il minimo indispensabile di carne, era un acceso sostenitore dei diritti degli animali, che amava molto:
«Quando studiavo a Göttingen il professor Blumenbach ci parlò molto seriamente, nel corso di fisiologia, degli orrori delle vivisezioni e ci fece notare come esse fossero una cosa crudele e orribile. [...] Invece oggi ogni medicastro si crede autorizzato a effettuare nella sua stanza delle torture gli atti più crudeli nei confronti delle bestie [...] Nessuno è autorizzato a effettuare vivisezioni. [...] Si ha pietà di un peccatore, di un malfattore, ma non di un innocente e fedele animale che spesso procura il pane al suo padrone e non riceve che misero foraggio. «Aver pietà»! Non già pietà, ma giustizia si deve all'animale!?» 

e ancora:
«La pietà per gli animali è talmente legata alla bontà del carattere che si può a colpo sicuro sostenere che un uomo crudele verso gli animali non può essere un uomo buono»

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